Agricoltour 2014 - BASF - Giovanni Aiello - 25 luglio
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Giovanni Aiello

Il prototipo di giovane professionista in agricoltura, pronto a completare l’esperienza accademica con lavori sul campo si adatta perfettamente a Giovanni Aiello, che incontriamo nel vigneto in cui produce uva da tavola da destinare al mercato italiano ed internazionale. La sua è stata una scelta consapevole e mirata, fin dalle scuole superiori.

Una scelta di passione, sì. Mi è sempre piaciuto svegliarmi presto la mattina e stare a contatto con la natura. I miei genitori commercializzavano uva da tavola ed erano anche produttori. Come ricordo l’agricoltura quando ero piccolo? Come una passione altalenante. C’era gioia e un clima di festa quando l’annata andava bene; era un peso che si sentiva addosso quando le cose andavano male. Ad ogni buon conto, mi sono diplomato in Agraria con specializzazione in viticoltura ed enologia, poi ho frequentato la triennale di Enologia a Conegliano e ora ho appena terminato la specialistica in Enologia e viticoltura, completando un percorso entusiasmante che sta appagando quella che è sempre stata la mia passione.

Agli altri ragazzi che scelgono di intraprendere percorsi di crescita professionale in altri settori cosa può dire?

Dovrebbero dare più importanza al mondo dell’agricoltura, vista spesso con un occhio un po’ socchiuso, come una via secondaria. Dobbiamo sempre ricordare che questo è il settore primario, che dà il cibo alla popolazione mondiale, per tutto il pianeta. Abbiamo bisogno di specialisti; l’agricoltura arcaica sta scomparendo e c’è tanta possibilità di lavoro. Pensi che abbiamo difficoltà a trovare manodopera specializzata, nonostante sia ben retribuita. Di opportunità ce ne sono molte, sia in Italia che all’estero.

A proposito di sguardo internazionale. E’ in partenza per la California, per un’esperienza sul campo nel corso della vendemmia. E non è la prima.

Sono stato in Australia e Francia; ora andrò in California e poi in Brasile, sempre per esperienze in cantina o da assistente enologo. Si tratta di occasioni straordinarie per chi ha passione; ogni viaggio ti ingigantisce gli orizzonti, puoi vedere stili di produzione e di pensieri diversi. Lì ti rendi conto delle differenze rispetto al modo di pensare la produzione e la commercializzazione. In Italia siamo più “romantici”, affezionati alla terra. C’è vero amore per la terra. All’estero si vive il settore più come un’industria, e in primo piano c’è quasi sempre il business. C’è maggiore pianificazione, certo, ma l’amore che mettiamo in Italia ci consente di ottenere una qualità nella media più alta rispetto agli altri.

Una differenza che in un mercato così globalizzato non si percepisce?

Il prodotto agricolo made in Italy non è valorizzato quanto dovrebbe; il consumatore spesso dà per scontato tutto, non si rende conto cosa ci sia dietro un frutto, quanto lavoro ci sia, quanti controlli e quanto amore c’è.

Nel futuro dell’agricoltura cosa si vede?

Vedo una grande prospettiva, ma a patto che si continui ad investire, a cambiare la mentalità dei vecchi agricoltori, a mettere in campo un’agricoltura più tecnologica e con dimensioni aziendali più grandi per poter fare delle scelte di mercato diverse. Per chi decide di passare ad un’agricoltura specialistica, ci sarà un futuro più che dignitoso, dopo annate che hanno allontanato i giovani dal settore.

Cosa comporta operare nell’ambito del lavoro più importante sulla Terra?

Bisogna sicuramente confrontarsi con un mercato più ampio, con gradi di innovazione e di competitività che fino a qualche anno fa non venivano considerati perché lontani, appartenenti ad un’altra dimensione. Oggi, ad esempio, il mercato europeo ha costi eccessivi perché le produzioni sono spesso frammentate. In Australia, invece, le grandi superfici aziendali permettono di fare economie di scala (anche rispetto a costi unitari più alti dei nostri) mentre nei Paesi Bric c’è manodopera che costa quasi zero e questo influisce sui costi delle materie prime.

Turismo e agricoltura: è un binomio possibile, in Puglia?

E’ il massimo a cui potremmo aspirare, in Puglia ma direi anche in Italia. Bisognerà da un lato aprire le porte alla gente, far vedere loro cosa accade in azienda, in campo, fargli annusare la terra, trasmettere la nostra passione. Dall’altro, però, bisognerebbe fare sinergia tra l’agricoltore e chi pubblicizza il territorio. Qui vengono venduti il mare, i trulli, le grotte, ma non le produzioni. La Puglia è la prima produttrice europea di olio e di uva da tavola, ma il connubio tra agricoltura e turismo ancora non è decollato. Io spero che questo accada presto, perché potrà portare opportunità di lavoro e di sviluppo ai territori.

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