Agricoltour 2014 - BASF - Michele Rubino - 25 luglio
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Michele Rubino

Nipote di agricoltore, figlio di un importante magistrato, alla soglia della laurea in Giurisprudenza Michele Rubino è stato “fulminato” sulla via dell’agricoltura, e da allora non si è mai pentito della scelta che lo ha portato ad investire il suo futuro nel lavoro più importante sulla terra.

Cos’è per lei l’agricoltura?

L’agricoltura è sacrificio e passione, viviamo per questo.

Ci sono orari che altri lavori non hanno, che ti segnano sul viso e sul corpo. Prendiamo il caldo, il freddo; viviamo insieme alla natura, nel rispetto delle tradizioni e con un occhio sempre vigile al fattore innovazione, fondamentale per poter crescere e stare sul mercato. Ma agricoltura per me è anche sinonimo di libertà. Chi ci denigra, in fondo ci invidia anche per questo. Possiamo rischiare in proprio ma ci si organizza in autonomia, affidandosi alle conoscenze e alle competenze di chi collabora con noi. Forse nel tempo è venuta a mancare l’elasticità di un tempo, nel senso che bisogna fare i conti al centesimo su tutto, ma per il resto ci sono tanti altri vantaggi che sono maturati.

Come li ricorda, i tempi del nonno in agricoltura?

Come una festa dai tempi molto più lenti. Si partiva la mattina, si andava con i cavalli, si pranzava con gli operai. Ricordo i rituali, i canti, le tradizioni che scandivano il corso delle giornate. Oggi questa padronanza del tempo non c’è più. Abbiamo l’orologio che corre, le app che ci dicono che tempo farà. Questo dà ancora più valore al lavoro dell’epoca, ma ci dice anche che quei tempi sono lontani anni luce.

Vale ancora la pena “sporcarsi le mani” di terra?

Vale sempre la pena, è bellissimo. Questo lavoro è un po’ una droga. Conosco tanti miei colleghi, anche amatori e hobbysti, che appena riescono lasciano tutto e corrono in campagna. Ma proprio come la droga porta dipendenza, questa passione può anche rischiare di portarti a non misurare i rischi che nel settore si corrono, a fronte magari di investimenti sbagliati.

Il futuro è degli agricoltori?

Di certo non possiamo de localizzare, come fanno molti industriali; dobbiamo rimanere qui, perché questa tipologia di uva la possiamo fare solo su questi terreni. Magari dobbiamo ottimizzare tempi e investimenti, migliorare e innovare, ma siamo “condannati” a rimanere. Lo dico tra molte virgolette, è ovvio. Sappiamo che negli anni a venire ci aspetterà un lavoro durissimo, e che i politici locali e nazionali non ci daranno una mano, ma sappiamo anche che la soddisfazione di farcela con le proprie forze sarà enorme e ci ripagherà di tutti i sacrifici.

Quale insegnamento può dare la terra ai giovani?

Quello di crederci, di impegnarsi con tutte le forze per ottenere un obiettivo anche quando questo sembra impossibile. Questa uva, qualche anno fa, era letteralmente impresentabile. L’abbiamo capita, l’abbiamo avvicinata al nostro clima e ai nostri terreni, e oggi è uno splendore. Questo lavoro ti dà l’emozione unica di vedere crescere un qualcosa tra le tue mani. Ogni grappolo d’uva è un miracolo che si rinnova, una creatura che questa terra ci regala. Guai a disperdere questi doni, che sono essenziali.

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