L'Agricoltore il più grande lavoro sulla Terra - Interviste Agricoltour 2014 - BASF - Massimo Valcalcer
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Massimo Valcalcer

E’ impensabile pensare a queste zone senza agricoltura”. Esordisce così, Massimo Valcalcer, che da anni collabora nell’azienda di famiglia con il padre che è il suo punto di riferimento principale.

Cosa le trasmette, suo padre, in un momento così particolare per l’agricoltura?

Lui dice sempre “Si salvi chi può” (ride); è come se fossimo a metà del guado, è tardi per tornare indietro ma ci vuole ancora tanto per raggiungere la sponda e mettersi in salvo. Io lo vivo come momento di transizione, di cambiamento, ma se analizzi con lucidità la situazione vedi che questo è l’unico settore che non risente della crisi o ne risente meno rispetto ad altri comparti. C’è da lavorare, certo, c’è da apportare continuamente innovazione e da stare con gli occhi ben aperti rispetto ai mutamenti continui del mercato, ma al futuro continuo a crederci come ci crede la mia famiglia (da tre generazioni) e tanti miei colleghi che continuano ad investire nel settore. Del resto, uno dei messaggi trasmessi da mio padre e mio nonno è questo: tutto quello che abbiamo è dovuto alla terra. Se le famiglie sono cresciute, è grazie all’agricoltura. Il momento è difficile, come ce ne sono stati altri in passato, ma la fatica verrà compensata dalla soddisfazione.

Rispetto ai tempi passati l’innovazione gioca un ruolo fondamentale?

In maniera assoluta. Già nel ’97 ricordo che attivammo 12 ettari di coltura idroponica, con il supporto di mio padre, ma il mercato rispetto alla differenziazione del prodotto non diede i risultati sperati. Eravamo troppo in anticipo? Non lo so, so solo che non abbiamo mai smesso di crederci e quella esperienza ci è servita per arricchire il bagaglio di conoscenze e sperimentazione per la concimazione, la nutrizione, l’abbattimento dei trattamenti. Da allora abbiamo avviato la coltura integrata e poi ci siamo indirizzati sul biologico.

Una scelta che guarda molto in avanti, anche oltreconfine?

Sicuramente all’estero credono molto nel bio. Lavoro da tanti anni con la Germania è lì si punta principalmente su queste produzioni. Vogliono prodotti qualitativamente sani, con residui al minimo, anche a costo di pagarli di più. Il consumatore viene educato, indirizzato in questa direzione. In Italia, invece, c’è pochissima pubblicità rispetto alla nostra agricoltura. Ci sono supermercati che non fanno differenza, acquistando tanto in un mercatino locale quanto in un’azienda certificata. Guardano solo al prezzo, a scapito di aziende come la nostra che investono, si certificano, danno ampie garanzie sul piano della tracciabilità, e quindi sostengono dei costi per migliorare. Altra differenza: in Germania, quando non arriva prodotto bio dalle aziende certificate, preferiscono tenere il banco vuoto piuttosto che mettere della merce qualsiasi, cosa che qui in Italia non accadrebbe mai.

In prospettiva, che tipo di agricoltura vede per la Piana del Sele?

Si andrà sempre di più sulla strada della qualità e di un mercato che valorizza il prodotto, anche se adesso questo obiettivo sembra così lontano. Le piccole aziende non potranno sopportare le spese e cercheranno di associarsi in associazioni di produttori, per resistere e competere, altrimenti non ce la faranno. Le aziende di media dimensione potranno reggere e continuare a guardare all’export come opportunità per essere competitive.

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