L'Agricoltore il più grande lavoro sulla Terra - Interviste Agricoltour 2014 - BASF - Guglielmo Francesco Noschese
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Guglielmo Francesco Noschese

Sicuro di sé, riflessivo, acuto, ottimo comunicatore, Guglielmo Noschese spariglia le carte rispetto ai luoghi comuni e ci regala un quadro inedito, rovesciando il concetto espresso da tanti suoi colleghi: ovvero che un agricoltore o un imprenditore agricolo debba essere solo l’espressione della fatica e del lavoro e che non possa divertirsi e vivere la vita che caratterizza invece i giovani impegnati in altri settori.

Nell’analisi sul lavoro più importante della Terra partirei dai dati dell’ultimo censimento Istat, da cui emerge che il ricambio generazionale in agricoltura è lento, lentissimo, e ciò per due grosse concause: l’eccessivo “attaccamento” (fino all’ultima fase dell’attività lavorativa) da parte degli agricoltori più anziani e la perdita di appeal del comparto, ovvero nella scarsa gratificazione nel comunicarlo socialmente.

Il problema sociale esiste, inutile negarlo: nel comunicare ad altri che si lavora in agricoltura, sembra che non ci sia orgoglio ma piuttosto timore, se non vergogna. Ciò ha acuito il divario tra chi entra in agricoltura e chi esce. Se continuiamo così, nei prossimi 15 anni avremo un mondo affamato e non ci saranno più persone in grado di coltivare i terreni.

Come si passa dalla diagnosi alla terapia?

Campagne come queste della Basf sono interessanti per far capire il valore sociale del comparto, che impatta sulla tenuta del territorio, sul suo presidio attivo, ma anche su una constatazione tanto banale quanto scontata: senza agricoltura non si mangia; questo è il settore primario, senza cui non esiste tutto il resto.

Bisognerebbe comunicarlo ai giovani. Ma come?

L’impatto dei social network e della Rete è devastante, in accezione sia positiva che negativa. Positivamente, i messaggi giusti riescono ad avere un coefficiente virale assurdo, mentre sull’altro piatto della bilancia il virtuale ti allontana dalla realtà e dalla terra come fattore produttivo e materia prima, portandoti a vivere in un mondo quasi parallelo. I giovani agricoltori possono essere invece il vero anello di congiunzione tra questi due mondi perché utilizzano il web ma si svegliano presto per fresare i campi; vanno a ballare in discoteca ma hanno piena coscienza dei tempi e delle responsabilità.

Quindi un giovane che entra in agricoltura non si condanna al solo lavoro, rinunciando in partenza al divertimento?

Le due condizioni sono assolutamente conciliabili, altrimenti saremmo delle macchine, dei mostri. Bisogna solo avere la consapevolezza di essere condizionati dal clima, dalle incognite, da ritmi un po’ diversi dagli altri comparti. Ma dobbiamo sapere anche che questo è il più bel lavoro del mondo perché sei a contatto con la natura ogni giorno, perché puoi manifestare la magia di far venire fuori dalla terra qualcosa con le tue mani e la tua competenza.

Ci sono minacce serie rispetto a questa visione “romantica”?

La globalizzazione, la grande distribuzione e il mondo evoluto ci stanno fortemente penalizzando, spostando il settore verso standardizzazioni delle produzioni e dei metodi di coltivazione. Da qui a 15 anni, temo che ci sarà un’elevata standardizzazione del prodotto, che non avrà più le caratteristiche delle tipicità nonostante i marchi di qualità. Questo perché oggi la discriminante principale è il prezzo e la Grande Distribuzione Organizzata lo sa bene. Vuole il prezzo competitivo a discapito di tutto ciò che viene a valle. Così, anche il consumatore sarà standardizzato e massificato, purtroppo.

Tipicità, qualità, differenziazione sono concetti che rimandano ad un’agricoltura ormai in via di estinzione, allora?

Abbiamo bisogno di diversi piani strategici che rimettano l’agricoltura sullo stesso piano di altri comparti. I farmers market, il chilometro zero ed altre strategie sono trovate geniali ma non possono essere la panacea del settore. E’ impensabile collocare tutto il prodotto nella nostra provincia o a corto raggio. Per alcune produzioni è riduttivo, impensabile. Tanto più che oggi il 70-80% delle merci viaggia verso l’estero, perché internazionalizzare significa essere sul mercato e conquistare posizioni significative. Lo dico con rammarico, pensando all’Italia, ma solo vendendo le nostre eccellenze sui mercati ricchi possiamo continuare ad avere prezzi che garantiscano qualità e margini per chi lavora 365 giorni l’anno. Il futuro, allora, starà nello sfruttare la globalizzazione in termini positivi, esportando le eccellenze per migliorare le produzioni e mantenere intatta la qualità e la tipicità.

Tocca ai giovani impostare questo ragionamento?

Ovviamente sì. Siamo nella Piana del Sele, che grazie alla bonifica ha trasformato questi terreni da paludi a California d’Italia, ma nel frattempo chi ha impostato le macrostrategie di sviluppo ha continuato a investire nel settore secondario, in quella grande industria che ha fallito da Nord a Sud, e oggi se ne vedono gli effetti. Le cattedrali nel deserto hanno tolto terreni, braccia, cervelli e risorse ad un settore che doveva essere la punta di diamante del Paese e del nostro Mezzogiorno. Oggi ci troviamo in questa condizione. Se avessimo investito nel primario e nel terziario, saremmo tra le prime economie europee. La strategia è stata completamente sbagliata.

Questa è l’analisi, ma non dobbiamo neanche condannare le passate generazioni tout court. Non serve contestare, né urlare o “spaccare le transenne”; bisogna piuttosto comprendere una cosa fondamentale: non possiamo e non dobbiamo essere più dei lupi solitari, che coltivano il proprio orticello a prescindere da quello che gli sta accanto. Solo sviluppando modelli di cooperazione sana, con un management che ragiona da grande industria - ma contestualizzando le strategie nel settore primario - potremo recuperare punti rispetto ad altri modelli che oggi ci sono superiori, non per qualità del prodotto ma per un miglior modello organizzativo.

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