Agricoltour 2014 - BASF - Donato Dezio - 1 luglio
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Az. Agr.Valledoro - Castellaneta (TA)

Donato Dezio

La storia aziendale ha inizio negli anni ’60 dalla passione contadina e la determinazione della mia famiglia, agricoltori da tre generazioni.

Oggi continuiamo a investire sia in terra pugliese che all'estero, in particolare a Marrakech, in Marocco, dove abbiamo aperto un'impresa che produce ed esporta uva da Tavola. Un occhio all'Italia e uno al Mediterraneo, dunque, grazie a prodotti ad alto contenuto di servizio, soprattutto logistico, e a nuovi prodotti con contenuti di innovazione per tipologia, formato e packaging.

La globalizzazione per voi ha significato apertura di nuove frontiere?

La globalizzazione può essere tanto un problema quanto un'opportunità. Noi abbiamo guardato al suo lato positivo, dopo aver analizzato il settore dell'uva che aveva assunto una dimensione mondiale. India, Egitto, Spagna e Turchia rappresentavano dei competitor molto agguerriti, e in questo quadro l'Italia non era più competitiva come una volta. Da qui l'idea di aprire anche in Marocco, ma senza trascurare la Puglia e un lavoro che da queste parti “crea dipendenza”, perché ce l'abbiamo nel sangue e non potremmo farne a meno.

Un richiamo che sta producendo un ritorno vero verso l'agricoltura?

Se ne parla molto, ma noi non lo vediamo ancora come fenomeno; più che altro ci appare uno sfogo, un ripiego. Vedremo se si concretizzerà solo nei prossimi anni, attraverso quel ricambio generazionale tanto necessario quanto sospirato, perché per troppi anni l'agricoltura è stato considerato un settore di serie B. E così è aumentata la manodopera extracomunitaria, mentre quella locale non si è rinnovata.

Quale l'errore più grande?

Le famiglie hanno pensato che per un figlio diplomato fosse quasi disonorevole andare in campagna, occuparsi di agricoltura; meglio scegliere altro, magari la fabbrica, magari l'Ilva di Taranto… e così si è persa la cultura del lavoro nei campi, l'identità di un intero territorio, e non si è sviluppata quella cultura imprenditoriale che le precedenti generazioni, meno scolarizzate, erano riuscite a impiantare. L'emigrazione verso il Nord e verso l'estero ha fatto il resto, purtroppo. Oggi che le grandi e le piccole fabbriche chiudono, c’è un ripensamento generale. Spero che non sia troppo tardi.

Quali sono i principi cardine della cultura del lavoro agricolo?

Semplicità, umiltà, cultura del sacrificio, grinta. Ma se prima ci si metteva sul trattore a 7-8 anni, per gioco, con i genitori, e si iniziava a respirare l’aria e la vita dell'agricoltura, oggi il processo di avvicinamento al campo arriva troppo tardi, per quei pochi che scelgono ancora di intraprendere un lavoro nel settore primario.

Attraverso quali capisaldi avete impostato le politiche di crescita aziendale?

L'innovazione, la cura nella lavorazione, il controllo qualità, il confezionamento, la scelta di mantenere piccoli fornitori storici, che rispondono ad un ben preciso disciplinare di produzione interno e ci assicurano il rispetto della qualità.

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