L'Agricoltore il più grande lavoro sulla Terra - Interviste Agricoltour 2014 - BASF - Dionisio L'Abbate
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Dionisio L’Abbate

Dionisio L’Abbate è un giovane imprenditore agricolo alla terza generazione, specializzato in colture orticole.

Il valore della passione per l’agricoltura non si trasmette dall’esterno. Magari vedi altri tuoi coetanei che lavorano otto ore al giorno e poi hanno tempo per sé, per la famiglia e per gli hobbbies, e rifletti su quale scelta sia la più adatta a te. Ma è solo quando ti sporchi le mani e i piedi nella terra che capisci da che parte vuoi stare. Non la puoi comprare, la passione, deve nascere da dentro.

E oggi questa consapevolezza dell’agricoltore, rispetto a fare il lavoro più importante sulla Terra, quanto viene percepita all’esterno?

Non tanto, purtroppo. Eppure, in questo settore, più che in ogni altro, vali perché tu sei un agricoltore, per come lavori, per la qualità che metti dentro la tua azienda, non perché hai conoscenze, amicizie o parentele importanti.

Lavoriamo con la nostra faccia; non ci sono escamotage, le regole sono certe così come le restrizioni, che a volte ci appaiono un po’ troppo rigide. Ma questo è il terreno su cui ci muoviamo: un terreno vero, su cui non si può bluffare, nascondersi o anche solo tentennare. E’ questa la nostra forza.

Una forza che si riflette sull’immagine del Made in Italy?

Questa è una formula che tutti utilizzano, forse anche troppo e talvolta a sproposito. Per la verità, il made in Italy non è apprezzato quanto dovrebbe in casa nostra, mentre all’estero ha mantenuto negli anni tutto il suo appeal; per fortuna, visto che oggi molto del valore economico per le aziende deriva proprio dall’export, che è diventato vitale.

Che differenza c’è tra l’agricoltura in Italia e all’estero?

Di innovazione si parla sempre a 360 gradi, sia in Italia che all’estero, ma la differenza sta nell’organizzazione, nella pianificazione, nella meccanizzazione. Certo, un conto è fare questo discorso lì, su grandi appezzamenti, un altro è farlo qui, in aziende di medio-piccola dimensione e con terreni difficili, con la roccia affiorante. Negli anni abbiamo fatto tutto da soli, cercando di modellare i terreni, di adattare le macchine, anche perché è difficile convincere una grande azienda del Nord a venire a verificare per capire, con noi, come adattare e personalizzare una macchina.

Cosa c’è al centro dell’agricoltura, oggi?

Il cliente, il mercato. Bisogna ascoltare, capire, intuire e avere una visione, così come è successo per l’uva senza semi, di cui 10 anni fa si sentiva solo parlare ma che ora è realtà. Per fare questo bisogna viaggiare, conoscere le diverse realtà, costruire un percorso, e poi organizzarsi.

Chi riesce a capire tutto ciò vincerà la sua sfida?

Ci sarà sicuramente una forte scrematura, che sarà fondamentale e farà del bene a chi rimane, perché il mercato lo richiede. Per fidelizzare le aziende estere bisogna programmare, garantire quei volumi ti danno margine di guadagno. Da 10 anni fa ad oggi lo scenario è completamente cambiato. Prima i mercati generali avevano un peso, oggi la percentuale si è completamente rovesciata in direzione della Grande Distribuzione Organizzata. Essere in quel segmento o non esserci può essere determinante per il futuro, fermo restando che ogni azienda ha una possibilità di scelta e una capacità di differenziarsi dagli altri.

Quanto coraggio ci vuole, allora, per tentare di restare sul mercato ed essere competitivi?

E’ sempre molto più facile prendere l’uovo oggi che un’ipotetica gallina domani, quindi capisco chi si arrende o chi rinuncia a combattere. In agricoltura, se perdi un’ora la mattina e la cerchi nel resto della giornata, non la trovi più. Ai giovani dico che questo mestiere è duro ma dà grandi soddisfazioni. Non condivido l’attesa, lo stare fermi fino a 30 anni, a casa dei genitori. Gli spazi in agricoltura ci sono; serve avere passione, una testa molto decisa e la convinzione che occorre continuamente innovare. La capacità di crescere c’è. Conosco tanta gente che si occupava di altri settori e oggi guida imperi agricoli. Quindi faccio mio il vecchio motto di Obama e dico: Yes, we can!

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