Agricoltour 2014 Giuseppe Buffolino S. Agata dei Goti - (Bn)
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S. Agata dei Goti - (Bn)

Giuseppe Buffolino

Avrebbe potuto fare l'istruttore in palestra, seguendo la passione e la professione della moglie, e invece lo ritroviamo sul campo, Giuseppe Buffolino, in un meleto come pochi in Italia: è un bosco di mele, quasi incantato, con piante enormi e antiche (pensate che un solo albero produce tra i 4 e i 6 quintali di mele tipo “annurche”).

"Io con queste mele ci giocavo a bocce, da piccolo; era il mio parco giochi, ancora prima di capire che era il frutteto e la grande passione di mio nonno. Poi andavo sul trattore, per gioco, e a volte scorticavo per errore la corteccia: piovevano rimproveri come grandine... All'inizio ho pensato che fossero esagerati, ma oggi mi rendo conto che ogni singolo pezzettino di una pianta è sacro, perché viviamo in simbiosi con loro".

Poi la scelta di investire il suo futuro in agricoltura. Come è maturata?

La grande passione la senti nascere dentro, la senti crescere con te, così come queste piante. Le più antiche sono di prima della seconda guerra mondiale; ma molte altre sono cresciute con me e hanno affrontato i miei stessi sacrifici. Io ho sempre vissuto una continua sfida con me stesso; non mi sono mai vergognato, non ho mai pensato di cambiare attività. L'orgoglio mi ha fatto crescere moltissimo, fino a farmi decidere di mettermi in proprio, dal 2000, con la determinazione di dovercela fare. Certo, se dovessi iniziare adesso, sarebbe molto più difficile. Se penso al passato, dico che ho avuto molto coraggio: i miei amici sceglievano di lavorare in fabbrica, perché c'era il boom, ma io non ci ho mai pensato, non li ho mai invidiati. Oggi molti di loro sono a casa, perché le fabbriche sono chiuse, ma allora appariva la scelta più comoda e più duratura. A volte le rinunce e la determinazione valgono più di ogni altra cosa.

Quanto coraggio ci vuole per continuare a investire in agricoltura su questo territorio?

Tantissimo. E' che a volte ci sentiamo soli, poco tutelati; le aziende serie come questa, che fanno qualità, che rispettano la natura e l'ambiente, dovrebbero essere difese, e invece i mercati ci condannano a priori perché ci associano a fenomeni che non ci appartengono. Non è giusto venire penalizzati perché siamo in Campania, vicino alla Terra dei fuochi. Questo scoraggia anche i giovani che stanno tentando di fare impresa, il che è molto impegnativo dal punto di vista economico.

Come si vince la sfida del futuro?

In parte dipenderà dai mercati, in parte da noi. Finché ci si limitava ad avere lo sguardo sui mercati locali, si poteva vivere anche da soli. Ma oggi, per poter esportare questi frutti, ci vuole un'organizzazione più strutturata. C'era una cooperativa, nata nel 2003, ma è andata male: da 100 soci siamo rimasti in 5; non c'era ancora la mentalità, e questo ci ha penalizzato. Ora ci sto provando, a convincere dei colleghi a riprovarci, su basi nuove e tra produttori che hanno questa passione. Ce ne sono alcuni giovani, che mi danno una mano nella fase della raccolta: li ho studiati, ho visto che curano molto il loro lavoro, e credo che con loro si potrà riprovare a credere in un futuro insieme. Sarebbe una doppia vittoria per tutto il territorio.

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