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Tenuta Murone – Pietro Maro – Livorno Ferraris (Vc)

Il sciur padrùn non porta più i braghi bianchi. “Il vecchio proprietario della tenuta Murone, il cavalier Sancio, effettivamente andava in giro in calesse, interamente vestito di bianco, come si conveniva all’inizio del Novecento. Oggi io salgo sul trattore come i miei operai e lavoro con loro”.

Pietro Maro ha 54 anni ed è un risicoltore di oggi, anche se ha vissuto per intero la parabola della risaia, iniziata con le mondine e terminata con il Gps. Con lui, l’hanno vissuta i due fratelli Paolo e Giovanni, che lavorano i 300 ettari di risaia con l’ausilio di tre operai.

Un mestiere duro e democratico, in quanto la terra è bassa per tutti, anche se “ci vuole passione per coltivarla quand’è tua, ma ce ne vuole anche di più quando coltivi la terra di un altro” ammette Isidoro Finotti, che di anni ne ha 80, sta con i Maro da più di trenta e fa l’operaio agricolo da quando aveva dodici anni. Lui rimpiange il passato: “c’era più rispetto per il padrone, c’erano regole e certezze”. Al Murone ancora negli anni Quaranta non entravi se non chiedendo il permesso; anche se ci lavoravi, ovviamente.

Il corpo centrale della cascina costruita sulle Grange vercellesi, a pochi chilometri da Livorno Ferraris, è il solo rimasto in piedi, tra gli edifici storici. Conserva la riseria, ormai ferma, e il peso costruito nel ’38 ma che fa ancora il suo dovere in maniera talmente egregia, spiega Pietro, che puoi misurare persino i chilogrammi di riso che vendi.

I Maro sono arrivati qui con i soldati di Radetzky. Quando sono partiti dalle pianure magiare erano tre calzolai dell’impero ma alla fine della guerra due di loro erano già agricoltori del Regno. “La nostra storia sceglie per noi – racconta Pietro – perché se nasci in cascina è facile che ci resti. Se i giochi sono l’aratro e il trattore, la tua vita professionale ha il solco tracciato”. Una storia di grandi investimenti, in un settore che nel Novecento è cambiato profondamente. Il ruolo della tecnologia in risicoltura è preponderante. Proprio in queste terre, negli anni Cinquanta, è stata utilizzata la prima macchina diserbante, che consisteva in una barra azionata dalle ruote del carro, trainato dal cavallo. Fino ad allora era esistita solo la monda manuale: all’inizio del secolo scorso qui lavoravano e vivevano tra le 100 e le 150 persone. Oggi ne bastano sei.

Pietro Maro non è pentito della scelta che ha fatto – “coltivo il cereale più utilizzato come cibo sulla Terra” ricorda con orgoglio - ma non forzerà i due figli a ripeterla. “L’agricoltore è un mestiere che non impari – commenta - se non sei mosso da una passione profonda. Devi essere incuriosito dalla germinazione del seme, devi amare la piantina di riso che cresce, non è solo un fatto di soldi”. Che in risicoltura non sono mai scarseggiati come ora. “Questo non è il momento in cui scegli di fare il risicoltore per arricchirti, con il riso passato da 45 a 30 euro al quintale” ammette, ma quel che gli pesa maggiormente è la nomea di approfittatori della natura. “In passato abbiamo usato prodotti inquinanti – racconta l’agricoltore vercellese - e l’abbiamo fatto nella più totale inconsapevolezza, tant’è vero che molti di noi si sono ammalati. Oggi lavoriamo con una chimica sostenibile e non lo facciamo per guadagnarci, visto che i costi del diserbo sono i più alti dopo gli affitti, eppure la gente ci taccia ancora di insensibilità ambientale. In realtà, ci sono molti pregiudizi sull’agricoltura perché l’informazione semplifica le questioni senza spiegare cosa avviene realmente in campagna”.

Paolo Accomo

L’Informatore Agrario

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