Agricoltour 2014 BASF - Azienda Riccagioia - Mauro Camerini - Filippo - Pre - Torrazza Coste (Pv)
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Camerini Mauro e Filippo Prè – Azienda Marchese Adorno – Retorbido (Pv)

Sono passati i tempi in cui chi lavorava in campagna era guardato di traverso”. Girando l’Italia (e il mondo) per vendere vino, Mauro Camerini ha visto letteralmente cambiare espressione. Lo sguardo dell’interlocutore si è fatto più diretto, attento, curioso, a tratti persino invidioso di una competenza che per taluni sfiora l’esoterismo. “Non c’è alcun dubbio, di vino parla chi ne capisce e chi ne capisce beve bene, agli altri tocca imparare”. Una bella rivincita per il mondo rurale. Certo, è più facile essere opinion leader se tratti etichette come quelle del Marchese Adorno. Famiglia genovese, antichissima, in affari con gli Spagnoli fin da quando Cristoforo Colombo prendeva il largo. La tenuta di Retorbido è nel cuore dell’Oltrepò. All’inizio vi si producevano solo Barbera e Cortese.

Oggi gli 80 ettari di vigneti di quest’azienda alimentano cantine in cui nascono dodici diversi vini d’eccellenza, senza nulla togliere alla restante produzione di seminativi, estesa su 200 ettari. “Il vitigno principale è ovviamente il Pinot Nero – documenta l’agronomo Filippo Pré – ma coltiviamo anche Barbera e Croatina”. Secondo lui, il mestiere di viticoltore è cambiato sensibilmente negli ultimi decenni. “Anche qui, per ottenere un reddito accettabile devi coltivare almeno 15 ettari di vigna, diciamo che il punto di equilibrio di un’azienda è intorno ai 40 ettari. Diversamente, è difficile anche dal punto di vista agronomico. Esistono ancora piccolissimi viticoltori che fanno un lavoro egregio, ma il modello famigliare è superato sul piano tecnico, perché sono necessarie dimensioni aziendali che, permettendo economie di scala e investimenti adeguati, consentono di raggiungere gli standard richiesti dal mercato”.

I trattamenti nel caso della vite non sono una variabile: “li devi, dico devi, fare” testimonia Pré. Così come “è imprescindibile meccanizzare l’azienda se si vuole competere”. Naturalmente, queste considerazioni si scontrano con la crisi: oggi il Pinot si vende a 80 euro al quintale, contro i 120-130 di dieci anni fa.

Pré è convinto che l’agricoltura saprà superare questa fase e che il vino resterà comunque la punta di diamante del made in Italy agroalimentare, con la collaborazione degli appassionati: “soltanto, si dovrebbero abbandonare certi esoterismi – dice - e anche il linguaggio dei sommelier e degli intenditori dovrebbe essere meno criptico, perché alle volte si rischia di allontanare il consumatore anziché conquistarlo. La bontà è un concetto così semplice…”.

Pensieri condivisi dal direttore commerciale: “Il consumatore, anche nel nostro Paese – conferma dal canto suo Mauro Camerini - beve meno ma beve meglio e capisce la differenza tra un buon vino e uno normale o addirittura cattivo. Bisogna coltivare questa propensione al consumo educato e sollecitarla sforzandosi di trovare linguaggi accessibili e modalità di comunicazione che attraggano i giovani, già molto interessati al mondo del vino. Devo dire che questo non è solo un imperativo commerciale per le ditte che, come la nostra, fondano una parte significativa del proprio fatturato sulla commercializzazione di vini d’eccellenza, ma per tutto il sistema Paese perché il vino è ancora uno dei pochi prodotti agroalimentari in grado di sviluppare una buona remuneratività e di alimentare un’economia ampia, con un buon indotto. Può essere una marcia in più per un Paese che voglia veramente uscire dalla crisi”.

Paolo Accomo

L’Informatore Agrario

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