Agricoltour 2014 - Giuseppe Boretto - Racconigi - 16 maggio
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Tenuta Boretto – intervista a Giuseppe Boretto - Lagnasco (Cn)

La discesa libera, lo slalom, la combinata… Soltanto sogni nel cassetto. Quando suo padre gli chiese cosa avrebbe voluto fare dopo gli studi, la risposta, a dire il vero, non gli venne poi così spontanea; ma dopo trent’anni e soprattutto dopo aver piantato e accudito centinaia di migliaia di peschi e di meli, Giuseppe Boretto non ha più dubbi su quale sia il lavoro più bello della terra. “Il maestro di sci!”. Celia. Perché per Beppe “lo sport è divertimento e la Grangia è lavoro”.

La tenuta di Lagnasco, 40 ettari di frutteti modello e tecnologie d’avanguardia, è uno dei punti di riferimento del comprensorio frutticolo cuneese, che negli ultimi anni ha scalato il mercato e ora può competere a viso aperto con trentini e spagnoli. “Vendiamo solo la prima qualità, il resto lo ritira all’industria” racconta l’imprenditore piemontese e comprendi in fretta che la prima qualità è davvero il top: il consumatore pretende frutti perfetti per colore, consistenza, dolcezza.

L’ultima cultivar in produzione, l’Ambrosia, ha un nome che è tutto un programma. Senza nostalgie per il passato. Papà Boretto faceva pesche. Nonno Boretto faceva pesche. Il bisnonno anche e così via. “Erano frutti rustici, diversi, qualcuno ne avrà anche il ricordo e forse la nostalgia ma la selezione varietale, interamente naturale perché in questo settore gli Ogm non sono entrati, ha compiuto dei progressi reali. Non sono solo frutti più belli, sono anche più buoni al gusto” ammette l’agricoltore con un tono che tradisce un certo orgoglio.

Per raggiungere questi livelli il settore ha investito molto, ma ha fatto tesoro di una dote che, spiega Beppe, emerge con il bisogno: la capacità di fare squadra. “Siamo dei grandi individualisti in campagna – spiega - tranne se capiamo che possiamo guadagnare di più solo alleandoci”. Oggi la frutta non rende più come qualche decennio fa ma rende ancora. Le fitopatologie vengono fronteggiate, il nemico che fa davvero paura è il mutamento climatico. La piantagione di Boretto è interamene ricoperta di reti antigrandine. Insieme al sistema di irrigazione a goccia costituiscono l’investimento più importante degli ultimi anni.

Ma l’investimento che non si può neanche contabilizzare è la fatica umana, il sacrificio che questo lavoro ti impone e al quale non puoi sfuggire, se vuoi coltivare la terra: non c’è domenica, non c’è festività e se piove per settimane, non c’è neanche il sonno. Di notte devi sfruttare le poche ore asciutte per effettuare i trattamenti fungicidi”.

L’azienda è fortemente meccanizzata, come tante. Le macchine hanno fatto il loro ingresso nella frutticoltura negli anni Ottanta e oggi “non è più un lavoro pesante in senso fisico, la zappa la usi di rado e ricorri al lavoro manuale solo per poche operazioni, come le potature verdi” racconta l’imprenditore, che resta convinto dell’ineluttabilità dell’eccellenza: “non c’è altra strada, la Gdo impone i suoi standard e devi seguirla, producendo sempre il meglio, se vuoi restare sul mercato”. Boretto produce il meglio e ne va orgoglioso: “sì, sono orgoglioso del lavoro che faccio, particolarmente delle mie mele, perché quella è la specie più ostica in frutticoltura”. E gli errori, in questo campo, si pagano più cari, perché quando sono davvero gravi, diversamente da altre colture, si ripercuotono su due e anche su tre annate successive. Un lavoro bello ma faticoso, insomma, che non ha lasciato rimpianti nel maestro di sci. Boretto conferma, ma aggiunge: “Quando mio figlio mi ha detto che voleva studiare medicina, però, non ho aperto bocca…

Paolo Accomo

L’Informatore Agrario

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