Agricoltour 2014 - BASF - Antonio Del Tetto - Racconigi - 3-21 maggio
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Azienda Deltetto – intervista ad Antonio Deltetto - Canale (Cn)

L’ultimo nato è lo champagne del Roero. Un metodo classico che sfida apertamente i cugini d’Oltralpe.

Ambizioso? Ci sono vizi che confinano con la virtù, ricordava Seneca e Antonio Deltetto ha riportato questa massima sul muro della cantina di Canale, dove vengono vinificate le uve dei 20 ettari di famiglia.

In azienda Antonio ci è nato. In questa cantina ha rubato i primi bicchieri di Barbera. “Avevo sei anni, ma questo non lo scriva”. D’accordo non lo scriviamo, ma da queste parti il divieto di mescere il vino ai minorenni non era poi così severo. Del resto, quando si partiva con il primo sole per i filari di vite, la colazione dei grandi erano aglio e cipollotti bagnati nell’olio e anche per i ragazzi il vino diventava, diciamo così, un succedaneo del latte. “Ai tempi di mio padre e mio nonno un uomo beveva in media due litri di vino al giorno, si andava a lavorare col pintun, ma non era un vizio, era un apporto calorico indispensabile per dieci ore di lavoro nei campi” spiega.

Erano vini diversi da quelli che produce l’enologo Deltetto, non si faceva caso se erano ossidati o acescenti.

Oggi si lavora meglio, le cantine sono pulite, si rispettano standard impensabili per allora – spiega – e guadagniamo di più. Mio padre non coltivava solo la vite, la terra doveva dare tutto il necessario per mantenere la famiglia e quindi avevamo le bestie, l’orto…”.

Anche l’immagine dell’agricoltore era molto diversa. I Deltetto, come tanti vitivinicoltori che oggi girano il mondo e sono dei veri e propri ambasciatori del made in Italy, allora venivano liquidati sbrigativamente come casciné.

Le ragazze non volevano sposare un contadino e si combinavano matrimoni con donne del Sud perché non c’erano alternative” racconta con la soddisfazione di chi ha visto girare a ruota della vita.

Oggi l’agricoltore, che su queste colline produce quasi sempre vino e può arrivare a fatturare milioni (di euro), è un partito ambitissimo. “È cambiato il mondo ed è cambiata la viticoltura – ammette Antonio – in un certo senso anche grazie alla famosa crisi del metanolo, che avvenne nel 1986 e fece capire al consumatore che non si può pretendere la qualità e pagarla pochi centesimi di euro.

Sicuramente, il marketing conta ma l’uva resta la materia prima e l’enologo è strategico, ma il viticultore è il primo giocatore di questa partita e la sua fatica va pagata. Una fatica che non ha limiti, perché in qualche caso per salvare un raccolto ti sottoponi a sforzi impensabili e anche quando non devi gestire emergenze non puoi goderti il week end, perché quello è il momento in cui ricevi i clienti”. Deltetto vende soprattutto all’estero. La produzione annua ammonta a 150.000 bottiglie di Roero, Nebbiolo e altri vini tipici del Piemonte, tra cui l’Arneis, che ha riscoperto insieme ad altri produttori albesi alla fine degli anni Settanta.

A questa produzione va aggiunta quella di brut, già arrivata a 25.000 bottiglie all’anno. “Siamo cresciuti come produttori e come territorio. Il successo dei nostri vini – spiega - deve molto alla ristorazione e al turismo enogastronomico: in questa zona abbiamo parecchi locali “stellati” dalla Guida Michelin e il tartufo d’Alba è ancora un richiamo potentissimo”.

L’agricoltura, insomma, è anche gioco di squadra e può “parlarsi” utilmente con altri settori: Deltetto ne è convinto, com’è convinto che andrebbe aiutata dando una sforbiciata alla burocrazia oppressiva: “Il Paese che produce è ostaggio di una burocrazia borbonica. E dire che noi piemontesi ci illudevamo di aver conquistato l’Italia…”.

Paolo Accomo

L’Informatore Agrario

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