Agricoltour 2014 - Massimiliano Marchione - Aquila - 17 luglio
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Massimiliano Marchione

San banedetto dei Marsi, provincia de L’aquila. E’ la Piana del Fucino ad accogliere l’ennesima tappa di Agricoltour.

Una palude prosciugata a inizio ‘900 oggi è diventata un bacino di 14.000 ettari verdissimi, circondato dalle alte cime appenniniche, frutto di una bonifica che ha permesso agli agricoltori dell’area di dedicarsi alla coltivazione di patate, carote, mais e orticole.

Aziende di medio-grandi dimensioni hanno saputo innovare e specializzarsi, scegliendo di destinare i propri prodotti al mercato interregionale ma anche a quello nazionale e internazionale.

Il primo incontro è con Massimiliano Marchione: “Una sola enne – specifica, sorridendo – altrimenti dovremmo parlare di industria e non di agricoltura”.

A proposito di “modelli” che funzionano e altri che sono in crisi, allora, come colloca il comparto agricolo in questo particolare momento storico?

Non so se è un caso, ma da quando si parla di crisi, in generale, si parla anche di agricoltura come settore primario, importante, da valorizzare. Evidentemente ci si è accorti che questo è un settore vitale, trainante. Come diceva mio zio, è l’”asse del carretto”, e quindi ha una funzione essenziale. Senza l’agricoltura non c’è futuro, vita, prospettive.

La sua è una storia legata a tradizioni familiari?

Sì, ho preso questa eredità da mio nonno e da mio padre, che sono stati titolari dell’azienda che oggi è mia. A volte mi chiedo se sia stata una scelta giusta, lo confesso, perché non nego che le difficoltà ci sono e qualche momento di crisi esiste anche in questo settore.

Come li supera?

Solo con l’attaccamento alla terra, quello che devi avere inciso nel Dna. Se non ce l’hai, non puoi inventare nulla. I grossi sacrifici sci sono, inutile negarlo, e non sono di certo proporzionali alla remunerazione. Questo non è un impiego pubblico o un lavoro come tanti altri. La passione deve andare oltre ogni cosa e permetterti di superare i momenti difficili come questo, in cui la riduzione dei consumi incide sul prodotto finito, e adesso sono tutti più attenti anche a fare la spesa. Ciò comporta in scala un ridimensionamento nelle produzioni che incide sul nostro lavoro.

L’innovazione che ruolo gioca?

Puntare sull’innovazione è molto importante, ma anche qui noto un certo rallentamento, negli ultimi anni. Evidentemente gli investimenti sono più oculati e non si fanno a cuor leggero. Anzi, c’è sicuramente un pizzico di timore. C’è più cautela, si riflette maggiormente, ma è naturale che sia così.

Se guarda al futuro cosa vede?

Un grosso punto interrogativo. Io sono un ottimista, voglio sperare in positivo; anche perché sono a metà della mia vita lavorativa e devo per forza di cose guardare avanti, per me e per la mia famiglia. Certo, se penso che l’età media degli imprenditori agricoli è ancora alta, la cosa non mi incoraggia. I giovani? Quei pochi con la testa dura si avvicinano, ma per il resto i genitori cercano di allontanare i figli dall’agricoltura per i troppi sacrifici e le poche garanzie. Tutto questo è vero, ma i ragazzi dovrebbero anche imparare a guardare ai lati positivi di un settore che oggi e in futuro sarà determinante per le sorti del mondo.

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